FERRAGOSTO
Pure se viene vissuto in una città devastata nel corpo, nell'anima e nella parola, il ferragosto urbano non è un'esperienza del tutto disprezzabile e presenta qualche interessante connessione con la sofferenza che va oltre l'equazione banale tra i termini. Come già per quest'ultima, nessuno si augura l'ospite sgradito alla porta, ma se costui si presenta non lo si vuole neppure congedare troppo affrettatamente, visto che ha pur sempre una parola da dire e la virtù di illuminare qualcosa di altrimenti relegato nell'ombra. Non è neppure vero - prima scoperta - che nel ferragosto urbano circolino solo disperati e sbandati. Quasi al contrario, a mano a mano che la mattina avanza verso l'ora prandiale fatidica e i pochi presenti vengono ulteriormente selezionati dal dovere del pasto rituale, i pochissimi rimasti cominciano a sviluppare un senso di muta fratellanza fondata sul rifiuto di doveri alimentari e sociali in senso lato. Un'occhiata fugace scambiata incrociandosi basta perlopiù a intendersi, sottintendendo un lungo discorso superfluo, e la salutare passeggiata scava il suo percorso nel silenzio di una città che proprio dal silenzio sembra riacquistare un senso e una bellezza. In qualche caso verrebbe voglia di abbracciarsi senza un perché. E' il momento, raro e prezioso, in cui non tacciono solo le parole, ma le parole dette su altre parole e su altre ancora, in un crescendo folle di svuotamento di senso e di violenza aggressiva. Nelle ispirate parole di Nietzsche, sembra il meriggio nel quale il dio Pan dorme in una radura silenziosa e un'immagine di eternità si diffonde tra tutte le cose. Quasi tutti tacciono, forse per risparmiare le forze ma forse anche per il muto stupore di trovarsi lì, e allora ci si ricorda - almeno per poco - di come la parola abbia il suo grembo nel silenzio, dove il senso comincia pazientemente a formarsi. Infine, si viene pervasi da un senso di bene personale e collettivo - e, verrebbe quasi da dire, di inaspettata felicità.


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