Solitudine come interruzione

 


Il senso di solitudine che sprigiona dalla figura dell'animale morto non si deve solo, o perlopiù, al contrasto un poco banale con altre figure viventi che chiacchierano indifferenti sullo sfondo, o con le automobili e altri oggetti urbani. Si deve al fatto che questa realtà organica, che un tempo, in quanto vivente, era semplice fastidio o decorazione nel contesto cittadino, è ora caduta a terra e sta, nella sua massa disordinata e scomposta che interrompe la regolarità implacabile delle forme geometriche. Più che una semplice opposizione nei contenuti, la solitudine mortale appare allora un'interruzione nelle forme che replicano sé stesse all'infinito e in tutte le direzioni, senza orizzonte e senza senso. Essa le contesta nel momento in cui provano a intrappolarla, schiacciarla e rimuoverla, e in quanto tale è come un raggio di luce che attraversa per un attimo la loro atmosfera opaca. E tuttavia, più di questo la fotografia non può fare. Rispetto alla forza della pittura, si nota bene (e Susan Sontag l'aveva fatto per prima) che essa ha un potere di documentazione e di illuminazione, ma non di trasfigurazione. Per questo la fotografia è più tragica della pittura, perché lascia tutto com'è senza poter prospettare un senso ulteriore delle cose, una qualche forma di redenzione ed elevazione, un trionfo della debolezza sulla forza.

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