Sull'ALCESTI di Euripide
Uno dei momenti più alti dell'Alcesti di Euripide (abbiamo appena assistito a un magnifico allestimento siracusano) corrisponde alla rinuncia, da parte di Admeto, a ciò che potremmo chiamare un diritto al dolore. Tra numerosi discorsi (rheseis) di carattere quasi avvocatizio o notarile, con la precisazione puntigliosa di impegni a lungo termine e diritti personali, e proprio nel momento in cui l'uomo potrebbe essere tentato di chiudersi nel dolore più grande avanzando un diritto supremo che supera tutti gli altri, Admeto contro ogni aspettativa accoglie Eracle viandante. Lo fa addirittura al prezzo della verità, mentendo sul lutto che ha appena sofferto e attirandosi rilievi pedanti dal padre; compie inoltre il suo atto non solo nonostante il dolore, bensì attraverso di esso. Questo gesto etico precede ogni calcolo su di sé e sugli altri. E proprio la serie di apparenti incongruenze nel sapere e nella prassi conduce tortuosamente allo scioglimento del dramma: Eracle gli restituirà Alcesti. Mentre il dolore è subito ed è il non-senso puro e semplice, ciò che si fa nel dolore è scelto. Scegliere di tradurlo in forma di diritto avrebbe conseguito un effetto paralizzante sulla propria vita e sullo stesso dramma euripideo, che si specchiano qui l'uno nell'altra. E' una riflessione sul senso e l'opportunità del "diritto", sulla sua proliferazione incontrollata, che meriterebbe un'estensione di ampio respiro.



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