Sacro senza giudizio


 La dimensione del sacro si definisce anzitutto per negativo: è quella della sottrazione allo spazio e al tempo ordinari e dell'accesso a uno spazio e a un tempo altri. Pertanto, essa implica il superamento di una soglia, di uno spessore, comunque di una certa opacità o resistenza che - nello specifico - non si possono tagliare in nome della "bella immagine". Spazio e tempo naturali sono anche gli assi tra i quali si muove, con altrettanta naturalezza, il giudizio. Il sacro, per conseguenza, è la sospensione anche di quest'ultimo e della sua intossicazione, il temporaneo congedo del bene e del male e l'accettazione dello stare tra l'oscurità e la luce. L'aspetto più difficile da catturare in parole e in immagine è che la dimensione sacra sospende il giudizio anche su di sé, non è né rifiuto scettico né adesione fanatica ma una sorta di "lasciar essere" e di vigile abbandono in cui tutto chiede di essere percepito e anche pensato, ma nessuna cosa vuole essere giudicata. Qui l'obiettivo riesce a realizzare qualcosa di molto simile a una epoché, In questa sospensione, l'esperienza del sacro assomiglia piuttosto a una "sintonizzazione" per la quale l'immagine visiva tende a farsi acustica e musicale, e il suo soggetto di preferenza non ha un volto. Esso, piuttosto, dà le spalle, si sottrae a ogni aneddotica psicologica e - più simile a una vibrazione che a una identità - si confonde con le forme e i riflessi ambientali, senza segnare delle precise discontinuità.

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