SFERO
Lo "sfero" platonico, quell'essere originario (σφαιροειδής) che fonde ciò che solo per noi, a posteriori, saranno due corpi e che Zeus tagliò appunto per la sua tracotanza, mandando le due parti ciascuna per la sua strada, consumate tuttavia dalla nostalgia per la metà mancante - questo sfero, dicevamo, non è irrimediabilmente consegnato al mito. Incontrarlo per strada, all'opposto, non è un evento raro: una delle sue manifestazioni più evidenti è l'abbraccio. Raro è semmai cogliere l'evenienza e l'attimo di un abbraccio che restituisca in pieno quelle caratteristiche di "rotondità" e fusione evocate da Aristofane nel racconto mitico. Nella foto, contrastato e incorniciato da due dure masse di cemento e metallo, l'evento sembra realizzarsi davvero. Non si tratta, naturalmente, della fusione originaria, ma di un tentativo appassionato di ricomporla. Scompaiono allora le teste, gli sguardi, le identità, si trascende la semplice tenerezza per giungere a qualcosa di più o - se si preferisce - di meno: un crescere nella sottrazione, un affermarsi nell'assenza d'identità, uno "stare" privo di punti privilegiati nello spazio. Molta metafisica e molta teologia sono contenute in questa forma elementare dell'esistenza. Uno dei segreti più affascinanti dell'abbraccio è infatti l'incremento di potenza conseguito attraverso la cessione di una serie di pertinenze dell'io, e una delle sue maggiori difficoltà consiste innanzitutto nell'osarlo, rompendo il guscio della propria identità, e successivamente nello "stare" in esso, nel mantenerlo - con la sua tensione quasi insostenibile - come se fosse qualcosa di più di un gesto affettuoso e transitorio qualsiasi.



Commenti
Posta un commento