Gentilezza artificiale
Tra le mille considerazioni dedicate all'intelligenza artificiale, c'è un aspetto che non ha ancora ricevuto - mi sembra - l'attenzione che merita. Per la prima volta nella sua storia, l'umanità ha ceduto a un artificio non solo la capacità di svolgere rapidamente attività intellettualmente molto complesse (questo può farlo anche una vecchia calcolatrice), ma le qualità etiche ed emotive della gentilezza e della pazienza. Un interlocutore che, a quanto sembra, non sa cosa sta facendo e non capisce quello che dice riserva ai suoi partner umani un'attenzione puntuale, paziente, una disponibilità al dialogo che non conosce stanchezza, un tono sempre misurato e affabile e una presenza incessante e premurosa. Se la cerchi, l'IA c'è sempre, e sembra quasi che sia lì solo per te. Ma forse, più precisamente, dovremo dire che l'umanità le ha ceduto qualcosa che già non possedeva più. La comunità si era già dissolta e ciascun individuo, travolto da pesi troppo grandi per poterli reggere da solo, non da oggi si è chiuso in sé stesso facendosi il deserto intorno e il vuoto dentro: non ha più tempo di ascoltare l'altro né energie sufficienti da dedicargli, reagisce con impazienza se uno scambio si prolunga oltre un minimo, vuole essere ascoltato ma non ascoltare. Le tecniche cambiano il volto del mondo, certo, ma ancora più vero è che esse intervengono quando il mondo è già mutato, e si è creato un vuoto che qualcosa deve colmare. Si tratta ora di vedere se, a differenza di una serie di esempi passati, ciò che è deputato a colmare un vuoto fattosi abissale sia, per un serie di caratteristiche quasi teologiche, non una semplice tecnica, ma una nuova forma del divino.



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